Entreculturas. Revista de Traducción y Comunicación Intercultural
Entreculturas 13 (2023) pp. 93-108— ISSN: 1989-5097

Femminilizzazione dei nomi di professioni e cariche in italiano e spagnolo

Entreculturas. Revista de Traducción y Comunicación Intercultural
Feminization of profession and office nouns in Italian and Spanish
Ilaria Usalla
Università degli Studi di Cagliari (Italia)
Recibido: 29 de septiembre de 2022
Aceptado: 25 de noviembre de 2022
Publicado: 27 de febrero de 2023
ABSTRACT
Despite the growing presence of women holding important professional and institutional positions, the linguistic system continues to waver between masculine and feminine, between prescriptive language norms and language usage: while some feminine forms are becoming widely used among speakers, others are not as common in use.
The present work addresses the issue of gender inequality transmitted through linguistic practices and its contribution to gender discrimination. The objectives of this paper are: firstly, to provide an overview on the debate on the feminization of profession and office nouns in Italian and Spanish, both gender-marked languages; secondly, to analyze the subject in its grammatical structures for both languages; and lastly, to propose some reflections on the importance and the need to address the issue in Italian and Spanish as foreign language classes.
KEYWORDS: linguistic sexism, feminization, gender, Italian, Spanish.
RESUMEN
A pesar de la creciente presencia de mujeres que ocupan importantes cargos profesionales e institucionales, el sistema lingüístico sigue presentando oscilaciones entre masculino y femenino, entre normas prescriptivas y uso. Mientras algunas formas femeninas se están volviendo cada vez más frecuentes entre los hablantes, otras no son tan comunes en el uso.
Este trabajo trata del tema de la desigualdad de género transmitida a través de usos lingüísticos y su contribución a la discriminación de género. Los objetivos de este trabajo son: en primer lugar, ofrecer un panorama del debate sobre la feminización de profesiones y cargos en italiano y en español, ambas marcadas por el género; en segundo lugar, analizar el tema en sus estructuras gramaticales para ambas lenguas; y por último, proponer algunas reflexiones sobre la importancia y la necesidad de tratar este tema en las clases de italiano y de español como lengua extranjera.
PALABRAS CLAVE: sexismo lingüístico, feminización, género, italiano, español.

1. Introduzione

Nel presente articolo si metteranno a confronto la dimensione linguistica e sociolinguistica italiana e spagnola, evidenziandone punti di contatto e di divergenza, con riferimento principalmente al caso dello spagnolo europeo, sia per comparare due realtà interne all’area europea e quindi vicine sotto molti aspetti (geograficamente in primis), sia per ragioni dovute alla necessità di circoscrivere questa analisi.

Nel fare ciò si farà uso del concetto di genere come categoria linguistica e mezzo di analisi delle rappresentazioni dei ruoli sociali maschili e femminili e delle identità; per consentire una maggior chiarezza espositiva si ritiene opportuno ribadire alcune distinzioni fondamentali relative a tale termine1.

Il termine genere nella descrizione delle lingue era di norma ricondotto immediatamente al genere grammaticale, tuttavia, negli anni Sessanta-Settanta le studiose femministe cominciano a indagare le relazioni tra genere e potere e a denunciare la subalternità del ruolo della donna rispetto all’uomo anche a livello comunicativo-linguistico. Da allora la parola viene ampiamente utilizzata in Italia per denotare identità di genere, sia maschili che femminili, legate non più soltanto al sesso biologico del referente ma anche a fattori di tipo socioculturale (Luraghi & Olita, 2006; Fusco, 2012). Analogamente a quanto accade per l’italiano, anche il termine spagnolo género assume sempre maggiore importanza come categoria di analisi essenziale per tutte le scienze umane, inteso come determinazione socioculturale in un rapporto di opposizione-complementarietà con la componente biologico-naturale (Hernández García 2006).

Con genere grammaticale si intende, dunque, la categoria formale tipica degli elementi nominali (ad esempio, genere maschile, femminile e neutro), marcati con mezzi morfologici, forme pronominali, classificatori (Bazzanella 2010). Sotto la voce genere, tanto nel Diccionario de la lengua española (DLE) quanto nel Nuovo De Mauro, si leggono alcune ulteriori puntualizzazioni: nel DLE si precisa che il genere grammaticale riferito ad esseri animati « puede expresar sexo », mentre nel Nuovo De Mauro si chiarisce che la categoria grammaticale «può essere più o meno correlata col genere naturale2 di ciò che è designato dal vocabolo» e ancora, nelle polirematiche, che «non [è] necessariamente coincidente con il genere naturale».

Analizzando i vari significati proposti nel DLE sotto il lemma genere si segnala, tra le prime definizioni, la seguente: «grupo al que pertenecen los seres humanos de cada sexo, entendido este desde un punto de vista sociocultural en lugar de exclusivamente biológico». Diversamente, nel Nuovo De Mauro è soltanto nelle polirematiche che compare la definizione relativa all’ identità di genere, vale a dire il genere concepito in quanto costrutto socioculturale dei ruoli ricoperti da donne e uomini e non come categoria linguistica3.

Dunque, mentre il Nuovo De Mauro registra la voce genere segnalandone soprattutto il valore da un punto di vista morfologico, il DLE dà rilievo anche alla sua accezione socioculturale4.

Un’ultima utile precisazione riguarda il concetto di genere lessicale che serve a identificare quei casi in cui il genere del referente determina una diversificazione lessicale (uomo/donna, hombre / mujer), oppure quelle parole che, anche se marcate morfologicamente (quindi dal punto di vista del genere grammaticale), risultano neutre rispetto al genere del referente (it. la persona, sp. la persona) (Bazzanella, 2010).

Entrambe le lingue in questione possiedono due generi grammaticali, il maschile e il femminile, che nel caso di termini che identificano esseri umani sono assegnati in base a un criterio di tipo referenziale (o semantico), secondo un principio base della morfologia ereditato dalla comune origine latina (Luraghi & Olita 2006). In generale, sono di genere grammaticale maschile i termini riferiti a esseri umani maschili e di genere grammaticale femminile quelli riferiti ad essere umani femminili.

Per quel che riguarda i titoli professionali, si segnalano in italiano pochissime eccezioni (talmente poche da risultare ininfluenti dal punto di vista del sistema linguistico), come ad esempio i nomi epiceni la guardia, la sentinella, la recluta i quali possiedono genere grammaticale femminile anche se solitamente identificano un referente maschile. Né l’italiano né lo spagnolo possiedono il genere grammaticale neutro, nel senso che non esiste un morfema specifico che identifichi tale genere, tuttavia in entrambe le lingue il maschile può assumere un valore non marcato, per cui si parla di maschile inclusivo (masculino inclusivo no marcado) per designare un utilizzo particolare del genere maschile che ingloba referenti sia maschili che femminili (Robustelli 2010; Barrera Linares 2019).

Tuttavia, l’accesso da parte delle donne a posizioni lavorative di prestigio storicamente appannaggio esclusivo degli uomini, ha richiamato l’attenzione di studiosi e istituzioni (ma anche dell’opinione pubblica) su un gruppo consistente di parole indicanti tali professioni che continuano ad essere utilizzate al maschile (o presunto neutro) benché abbiano referente femminile.

A una presenza sempre maggiore della donna nel mondo del lavoro e nella politica non è, dunque, corrisposto un coerente adeguamento linguistico, ma in alcuni casi si sono addirittura riscontrate non poche resistenze alle proposte di riconoscimento linguistico di tali incarichi e azioni concrete tardive rispetto a tali proposte. Nonostante le corrispondenti forme femminili risultino perfettamente compatibili con i meccanismi morfologici del sistema linguistico e risolvano problemi di accordo morfosintattico e testuale con i rispettivi articoli, aggettivi, pronomi, forme participiali sono state, soprattutto in Italia, motivo di scetticismo e irrisione.

Non trattandosi, dunque, di ragioni di tipo morfologico o lessicale, le ragioni di tale opposizione sono legate all’ambito sociolinguistico o al sentimento linguistico del singolo parlante (Robustelli 2010). Se le cause sono di tipo sociale e/o soggettivo l’esigenza di promuovere un linguaggio non sessista si fa ancora più forte, consci che è proprio attraverso il linguaggio che si veicolano stereotipie, discriminazioni, usi sessisti talvolta anche in maniera non consapevole e in contraddizione con le proprie convinzioni.

In questa prospettiva la discussione sulla formazione del femminile di professioni e cariche diventa fondamentale per i soggetti in formazione e, in particolare, nello studio della propria lingua madre e delle lingue straniere, in un discorso che abbraccia l’ampia tematica della parità di genere, dove parità non significa omologazione ma riconoscimento e affermazione.

2. Italiano

2.1. Origini del dibattito

In Italia il punto di partenza di molti studi sul genere è il volumetto di Alma Sabatini intitolato Raccomandazioni per un uso non sessista della lingua (1986) pubblicato per conto della Commissione Nazionale per la Parità e le Pari Opportunità tra Uomo e Donna istituita dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri. Le Raccomandazioni sono poi confluite nel volume Il sessismo nella lingua italiana (Sabatini 1987), contenente oltre che una serie di proposte alternative a quelle segnalate come sessiste, una ricerca puntuale attraverso lo spoglio di un corpus di quotidiani e riviste che mette in evidenza i casi di disparità linguistica tra donna e uomo.

L’autrice mostra le modalità attraverso cui la lingua italiana sia costruita, tanto a livello strutturale quanto semantico, su misura del maschile lasciando al femminile un ruolo di subalternità, che si distingue in due manifestazioni esplicite di sessismo: dissimmetrie grammaticali riscontrabili in particolare nella predominanza del maschile sul femminile, come accade nel maschile non marcato inclusivo per indicare anche soggetti femminili (i fratelli quando indica fratelli e sorelle) e nell’uso di pronomi, cognomi, titoli e appellativi (l’uso di signora davanti a nomi di donne che rivestono incarichi di rilievo); asimmetrie di tipo semantico trasmesse attraverso un uso di parole e immagini discriminatorie e che veicolano stereotipi sessisti (un uomo di mondo / una donna di mondo).

In un primo momento le Raccomandazioni non ottennero il favore né del mondo accademico né della stampa, poiché alcune indicazioni in particolare risultavano scarsamente convincenti, come il rifiuto dei sostantivi femminili formati con il suffisso -essa, e l’accordo di aggettivi e forme verbali secondo il genere numericamente maggioritario.

Le proposte di Sabatini suscitarono aspre polemiche perché percepite come imposizioni futili e poco realizzabili, scarsamente compatibili con l’economia linguistica e grafica della lingua, sebbene la studiosa nel suo volume avesse spiegato che si trattava di una prima indagine sull’argomento, ben lontana dalla pretesa di essere esaustiva e il cui obiettivo era aprire la strada a ulteriori ricerche e approfondimenti.

Come ha ribadito l’allora presidente dell’Accademia della Crusca Francesco Sabatini nella prefazione al volume, il merito della linguista è quello di aver da un lato invitato a riflettere seriamente sugli usi linguistici dei parlanti e, dall’altro, sottolineato la necessità di un adeguamento della lingua ai cambiamenti sociali che si stavano via via consolidando in relazione all’emancipazione femminile e alla parità tra i generi. Per l’Italia è, infatti, la prima importante presa di posizione in merito alla necessità di affermare l’identità femminile nella lingua e la base per molti studi successivi (Fusco, 2012).

2.2. Linguaggio di genere e istituzioni

Alle Raccomandazioni sono seguite, a distanza di parecchi anni, linee guida, decaloghi di comportamento e suggerimenti promossi dalle istituzioni che hanno mantenuto un atteggiamento non interventista. Tra queste si ricorda il Codice di stile delle comunicazioni scritte ad uso delle amministrazioni pubbliche (1993) e il Manuale di stile - Strumenti per semplificare il linguaggio delle amministrazioni pubbliche a cura di Alfredo Fioritto (1977). Per una nuova forte presa di posizione in favore della visibilità del genere femminile nel linguaggio amministrativo si dovrà attendere la Direttiva del 23 maggio 2007 da parte del Dipartimento della Pubblica Amministrazione e del Dipartimento delle Pari Opportunità con l’emanazione delle Misure per attuare parità e pari opportunità tra uomini e donne nelle amministrazioni pubbliche. Seguono, poi, le Linee guida per l’uso del «genere» nel linguaggio amministrativo (2012) promosse dal Comune di Firenze, a opera di Cecilia Robustelli e con la collaborazione dell’Accademia della Crusca.

Una delle prime organizzazioni internazionali ad adottare linee guida in merito al linguaggio di genere è il Parlamento europeo nel 2008 (La neutralità di genere nel linguaggio usato al Parlamento europeo), che raccomanda l’uso del maschile con valore neutro, concordato al maschile con il relativo articolo, tranne nei casi in cui sia la figura femminile in questione a richiedere esplicitamente il sostantivo femminile (Zarra, 2017).

Tale presa di posizione, in controtendenza rispetto all’orientamento finora mostrato, viene ripresa a distanza di dieci anni con un aggiornamento delle indicazioni (2018) che, presa coscienza della prassi prevalente nelle lingue romanze e, in generale, in quelle caratterizzate dal genere grammaticale, indica la forma al femminile dei sostantivi indicanti professioni e cariche come la soluzione preferibile.

Sempre nel 2018 il Ministero dell’Istruzione, Università e della Ricerca pubblica le sue Linee guida per l’uso del genere nel linguaggio amministrativo, seguite due anni dopo dalle Linee guida per l’uso di un linguaggio rispettoso delle differenze di genere dell’Agenzia delle Entrate (2020). Oltre alle iniziative portate avanti dalle istituzioni italiane a livello nazionale, sono state intraprese varie azioni anche a livello regionale e locale (si ricordano ad esempio le Leggi Regionali dell’Emilia Romagna nel 2014 e della Sardegna nel 2016).

In estrema sintesi, le direttive suggerite a livello istituzionale agiscono su tre piani: grammaticale, lessicale e sintattico. Tra le principali strategie indicate vi è la femminilizzazione, via preferibile per i sostantivi con referenti femminili, per i sostantivi epiceni l’uso dell’articolo e, in generale, la concordanza al femminile ogni qualvolta risulti necessaria. Si suggerisce, inoltre, l’abolizione del maschile inclusivo in favore dello sdoppiamento (cari e care, care e cari), dello splitting (le forme abbreviate cari/e, care/i) o, in alternativa, l’oscuramento di entrambi i generi o degendering5 (la cittadinanza, il personale docente, la persona). A ciò si aggiungono indicazioni sulle espressioni e termini da evitare in quanto limitano la visibilità delle donne o rappresentano degli usi linguistici discriminatori.

Non solo le istituzioni hanno evidenziato, soprattutto negli ultimi anni, un interesse sempre maggiore per la questione della lingua, ma anche una parte della classe politica ha dimostrato una presa di coscienza sempre più solida dell’importanza della visibilità femminile nel linguaggio. In primis è doveroso ricordare l’impegno della deputata Laura Boldrini6 (presidente della Camera dei deputati dal 2013 al 2018), la quale si è molto battuta in favore di un linguaggio rispettoso della parità di genere, attirandosi odio e disprezzo da molti fronti (stampa, oppositori politici, web) che ha sollevato un caso mediatico e linguistico attorno alla parola presidenta, la “parola dell’odio” utilizzata per denigrarla7.

A livello pratico, sia nel linguaggio dell’amministrazione che nel linguaggio del parlante comune, la questione dell’uso rispettoso delle differenze di genere può risultare più complessa per le lingue marcate dal punto di vista del genere come l’italiano, per questo motivo l’Accademia della Crusca si è espressa più volte, con attenzione sempre crescente nel corso degli anni, attraverso contributi di vario genere sull’argomento (articoli, pubblicazioni, interviste, risposte ai lettori, collaborazioni per la stesura di linee guida)8.

A questo proposito si ricorda il convegno organizzato nel 2018 dalla Rappresentanza italiana della Commissione europea presso l’Accademia della Crusca, che vide riunirsi a Firenze i rappresentanti di altre due grandi accademie europee, la  Real Academia Española  e l› Académie française per un confronto sulla situazione linguistica delle rispettive nazioni. In quella storica occasione il tema del linguaggio di genere venne trattato da tutti i relatori; per l’Italia intervenne Claudio Marazzini, presidente dell’Accademia della Crusca, collocando la politica linguistica dell’Accademia in materia di linguaggio di genere a metà strada tra la notevole apertura della Spagna e l’atteggiamento più severo dell’ Académie francese. Se da un lato la Crusca ha sempre appoggiato la femminilizzazione delle professioni, dall’altro giudica negativamente l’utilizzo dell’asterisco e analoghe grafie come lo schwa, un atteggiamento condiviso anche dall’accademia spagnola e francese (Marazzini 2021).

2.3. Grammatica9

Come si è detto, il genere grammaticale è assegnato in base a un criterio referenziale-semantico; il nome del referente umano viene definito controllore in quanto controlla l’accordo grammaticale di tutti gli elementi ad esso riferiti, elementi target (articoli, aggettivi, sostantivi, pronomi, participi). Il criterio referenziale e quello grammaticale, che regolano rispettivamente l’assegnazione del genere grammaticale al nome controllore e l’accordo del controllore con gli elementi target, non entrano in conflitto, in caso contrario si avrebbero espressioni agrammaticali (Robustelli, 2012).

In sintesi, le regole che determinano il passaggio dal maschile al femminile per i sostantivi che indicano esseri umani sono le seguenti:

  1. nomi maschili uscenti in -o formano il femminile con la desinenza -a (maestro / maestra);
  2. nomi maschili uscenti in -a formano il femminile con il suffisso -essa (duca / duchessa);
  3. nomi maschili che terminano in -e formano il femminile in -a o in -essa (cameriere / cameriera, studente / studentessa);
  4. nomi maschili in -tore formano il femminile aggiungendo il suffisso -trice e raramente in -tora (attore / attrice, pastore / pastora);
  5. nomi maschili in - sore formano il femminile aggiungendo -itrice al tema dell’infinito del verbo da cui si originano (difensore / difenditrice), con qualche eccezione (professore / professoressa);
  6. alcuni nomi, detti eteronimi, hanno radici diverse per il maschile e per il femminile (padre / madre);
  7. nomi di genere comune con un’unica forma per il maschile e per il femminile distinguono i due generi dall’articolo o dall’aggettivo che li accompagna (il cantante / la cantante, un insegnante esperto / un’insegnante esperta);
  8. nomi epiceni che presentano un solo genere grammaticale per entrambi i generi (la guardia, la sentinella).

Ci sono poi i casi particolari di nomi al femminile originati dalla forma del diminutivo del maschile (re / regina), nomi che formano il femminile in modo irregolare (abate / badessa) o nomi che formano il maschile dalla forma dell’accrescitivo del femminile (strega / stregone) (Trifone & Palermo, 2020).

Il sistema entra in difficoltà per quel gruppo di professioni e cariche istituzionali ritenute prestigiose e storicamente appannaggio degli uomini (architetto, chirurgo, direttore d’orchestra, ingegnere, medico, notaio, assessore, etc.) e che nell’uso si caratterizzano per forte discontinuità e oscillazioni. In questi casi si possono verificare tre scenari:

  1. rottura del criterio referenziale nell’assegnazione del genere grammaticale con conseguenti problematiche sul piano dell’accordo tra controllore ed elementi target.
  2. applicazione del suddetto criterio (formazione del femminile) con oscillazione più o meno forte tra i parlanti.
  3. varie strategie per aggirare il problema.

Prendiamo come esempio il sostantivo maschile medico e analizziamo le varie denominazioni adottate dai parlanti per indicare una donna che esercita la professione medica. Dall’esame di alcuni articoli di giornale disponibili online10 sono state riscontrate le seguenti soluzioni linguistiche:

  1. il medico (maschile non marcato);
  2. la medica (desinenza -a), la medichessa (suffisso derivazionale -essa), la medico (ricorso all’articolo femminile), la donna medico / il medico donna (anteposizione e posposizione del determinatore donna rispetto al sostantivo);
  3. la dottoressa (diversificazione lessicale).

Tra queste forme la medico è certamente tra le meno convincenti e frequente poiché crea parecchie difficoltà nella flessione al plurale, dal momento che i femminili in -o sono indeclinabili (ad eccezione di mano / mani), e nell’accordo. È riscontrabile soprattutto in forme composte ormai cristallizzate (medico legale, medico di base, medico pediatra):

«La medico pediatra volontaria della Croce Rossa Italiana ha illustrato che: “Le condizioni della bambina sono buone”» 12.11.2021 (http://www.rainews.it/archivio-rainews/articoli/utero-in-affitto-Ucraina-bimba-abbandonata-dopo-essere-nata-maternita-surrogata-Scip-Croce-Rossa-87b3a74a-4f4a-4737-87f2-13a2b0e92a82.html).

I femminili di professione in -essa (oggi scarsamente produttivi in italiano) sono stati sconsigliati da Alma Sabatini, perché storicamente connotati in maniera spregiativa o scherzosa; inoltre, spesso indicavano non colei che svolgeva una data professione ma la moglie di chi la esercitava. Alcuni femminili -essa, tuttavia, si sono stabilmente affermati nell’uso perdendo totalmente tale connotazione, come ad esempio campionessa, dottoressa, poetessa, professoressa, studentessa, così come rimangono vivi nell’uso i titoli di dignità nobiliare come baronessa, duchessa, principessa (Zarra, 2017).

Nello specifico, il termine medichessa rimanda più alle mansioni della sacerdotessa guaritrice dotata di poteri magici che all’ambito scientifico-sanitario11 come nell’esempio:

«La maga diviene astronoma, medichessa e, andando ancora più indietro nel tempo, sacerdotessa di Ecate e di Demetra, quindi conoscitrice della natura e dei suoi cicli» 21.10.2021 (https://www.repubblica.it/cultura/2021/10/21/news/la_maga_che_curava_con_le_erbe_e_fondo_l_antica_spaccaforno-323215930/?ref=search).

Ci sono casi, come quello del femminile avvocatessa, in cui l’oscillazione è ancora molto forte tra i parlanti e la forma in -essa concorre assieme alle altre forme.

«Anna Palus, avvocatessa polacca, si sente danneggiata da “un’accusa sconsiderata e del tutto infondata contro di me”» 23.8.2022 (https://www.repubblica.it/sport/tennis/2022/08/23/news/kyrgios_doppio_processo-362697847/?ref=search).

Nel caso di donna medico è la marca lessicale donna12 a fornire l’informazione sul genere del referente perché non codificata propriamente dal nome d’agente. Le forme che presentano il determinatore donna mettono eccessivamente in evidenza l’elemento donna, sottolineando l’eccezionalità di una figura femminile che ricopre l’incarico professionale in questione.

«Il libro racconto di Fazzi e Tilotta affronta passo per passo la storia di una donna medico sul fronte della povertà» 26.6.2022 (https://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2022/06/26/missione-in-zambia-per-salvare-i-bambiniPalermo10.html?ref=search).

L’utilizzo di dottoressa in luogo di medica è una soluzione molto diffusa che risolve il problema dell’ambiguità del genere, tuttavia non è l’equivalente esatto di medico e risulta essere piuttosto imprecisa in quanto si riferisce in generale anche a chiunque possieda un titolo di laurea.

«Martedì due sit-in per riportare all›ospedale Cervello la dottoressa che cura le malattie neuromuscolari rare» 29.5.2022 (https://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2022/05/29/il-contratto-e-scaduto-i-pazienti-vanno-in-specialistaPalermo07.html?ref=search).

Un’altra soluzione adottata con frequenza è quella che opta, invece, per l’estrema specificazione come cardiologa, ginecologa e così via, lasciando fuori alcune specializzazioni quali medicina generale, di base o chirurgia, che incontrano ancora non poche resistenze.

«Come spiega la dottoressa Giovanna Scienza - medico di medicina generale e ginecologa » 10.7.2022 (https://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2022/07/10/entheos-anticipa-il-futuro-prevenzione-intelligenteMilano08.html?ref=search).

Rimangono, infine, il medico e la medica : di queste, la prima è dominante nell’uso rispetto alla seconda (benché quest’ultima risulti preferibile per tutte le ragioni precedentemente esposte) e comporta l’oscuramento della figura femminile se il referente non è noto, oppure, se il referente è noto, si scontra con delle problematiche a livello di concordanza in quanto crea una dissimmetria tra controllore e target. L’uso del maschile non marcato determina, infatti, una concordanza che si può definire di tipo sintattico (a) e una di tipo semantico (b):

  1. «Così, quando la dottoressa le ha detto che senza i documenti necessari non avrebbe potuto esentarla, la paziente l’ha aggredita fisicamente, colpendola con calci e pugni, tanto da procurarle due occhi neri e un’abrasione della cornea. […] Il medico è dovuto andare in pronto soccorso per farsi visitare» 19.1.2020 (https://www.ilfattoquotidiano.it/2020/01/19/siracusa-guardia-medica-aggredita-da-una-paziente-calci-e-pugni-perche-non-voleva-pagare-il-ticket/5678653/).
  2. «Medico di medicina generale, si è spenta nei giorni scorsi» 20.6.2022 (https://www.bresciatoday.it/cronaca/mariarosa-zampelli-.html).

L’utilizzo del maschile non marcato può generare, come si evince dagli esempi, incongruenze testuali e incertezze, oscillazioni nell’assegnazione del genere, poca coesione a livello testuale (specialmente in testi estesi). Tali difficoltà morfosintattiche scompaiono con l’uso del corrispettivo termine declinato al femminile, secondo la norma grammaticale che il sistema linguistico già offre per ciascun caso.

A tali tendenze si aggiunge il caso di titoli professionali riferiti a uomini che assumono ruoli tradizionalmente riservati a donne13. È il caso di termini come casalingo, mammo, prostituto e così via, formatisi per procedimento inverso rispetto a quanto visto precedentemente, ovvero nomi d’agente femminili in -a a cui si è sostituita la desinenza -o (Fusco, 2012). I risultati sono parole che ancora risentono di una visione stereotipata della realtà e di alcune attività; queste faticano a comparire nella lessicografia e se presenti rimandano al lemma femminile, oppure sono elencate tra le polirematiche o correlate da definizioni asimmetriche rispetto al corrispettivo femminile, per cui un uomo casalingo è un «uomo che sta volentieri a casa» (Vocabolario Treccani online). Infine, molto spesso, portano con sé una valenza caricaturale come nel caso di mammo «uomo che, nella cura dei figli e nella gestione della casa, svolge le funzioni che sono state tradizionalmente proprie di una mamma; anche con usi scherz.» (Vocabolario Treccani online).

3. Spagnolo

3.1. Origini del dibattito

Il dibattito intorno al linguaggio di genere comincia ad affermarsi verso la fine degli anni Settanta, in concomitanza con l’emanazione della Costituzione che stabilisce nell’art. 14 uguaglianza tra uomini e donne. Risale proprio a quegli anni la pubblicazione in Spagna del primo studio sulla lingua spagnola dal punto di vista del genere, intitolato Lenguaje y discriminación sexual di Álvaro García Meseguer (1977), sebbene la prima vera pubblicazione sull’argomento appartiene alla ricercatrice argentina Delia Esther Suardiaz, realizzata nella università di Washington, con il titolo Sexism in the Spanish Language (1973) (Guerrero Salazar, 2021).

Nel suo primo studio sul tema García Meseguer si dedica a un’analisi dettagliata del Diccionario de la Real Academia Española (DRAE 1970) ricercando tutte le tracce di sessismo linguistico presenti e proponendo alternative conformi con la parità di genere: lo studioso interviene sia sulle entrate lessicali che sulle definizioni ritenute discriminatorie verso il genere femminile o asimmetriche rispetto al corrispettivo maschile. Le successive edizioni del DRAE (1984, 1992) sono state aggiornate con le indicazioni di Meseguer incorporando anche la femminilizzazione di molti sostantivi come cofrero, -a, medico, -a e músico, -a (Calero Fernández 1999).

Per García Meseguer (2002) la questione del sessismo linguistico in Spagna ha attraversato quattro fasi:

  1. nella prima fase non si ha consapevolezza della sua esistenza, se non fino a metà degli anni Settanta.
  2. negli anni intorno al 1980 si scopre il sessismo linguistico e il dibattito comincia ad assumere maggior rilievo.
  3. verso la metà degli anni Ottanta le correnti femministe si attivano per trovare delle strategie per combatterlo e nascono le prime linee guida a livello nazionale e internazionale.
  4. il dibattito tra chi è favorevole all’applicazione delle proposte di adeguamento ad un uso non sessista della lingua e chi è contrario è ancora in corso.

Secondo l’autore, nella terza fase si sarebbe commesso un doppio errore poiché si è ritenuto che gli elementi coinvolti nel sessismo linguistico fossero soltanto il parlante e il sistema linguistico, dando per scontato che la radice del problema fosse da ricercare in questi due elementi, quando in realtà, vi è un terzo fattore che entra in gioco, vale a dire l’ascoltatore (oyente). Meseguer sostiene che l’ascoltatore partecipa del sessismo contenuto in alcuni usi linguistici, sia quando rileva delle tracce di sessismo quando queste sono assenti, sia quando queste sono presenti in un testo e non vengono rintracciate. Il secondo errore è stato non considerare le relazioni che intercorrono tra genere grammaticale e genere del referente nel sistema linguistico spagnolo, tale confusione può portare a ciò di cui si parlava prima e che l’autore definisce sexismo del oyente14.

3.2. Linguaggio di genere e istituzioni

I primi lavori di ricerca portati avanti negli anni Ottanta sono accompagnati dalle prime linee guida per un uso non sessista della lingua rivolte agli ambienti dell’amministrazione pubblica, mentre contemporaneamente il dibattito si estende anche alla stampa15.

Gli interventi di tipo normativo riguardanti il trattamento dei titoli professionali e politici delle donne non sono stati presi in carico dal governo spagnolo, bensì dai singoli ministeri o da istituzioni locali che hanno fatto proprie le rivendicazioni dell’UNESCO sulla visibilità femminile nel linguaggio (Risoluzione 14.1, approvata nella Conferenza Generale celebrata a Parigi nel 1987). Di fatto, l’assenza di vere e proprie norme nazionali è compensata dall’azione di ministeri, comunità autonome, università che hanno portato a una larga produzione di documenti contenenti indicazioni di comportamento linguistico. Uno fra questi è l’ orden ministerial del 22 marzo 1995 (BOE 28/3/95)16 con cui il Ministero dell’Educazione e della Scienza ha conformato le denominazioni dei titoli accademici ai due generi, in modifica a una legge precedente che contemplava soltanto il maschile (Ley Orgánica 1/1990 del 3 ottobre), introducendo ad esempio i titoli diplomada, ingeniera, profesora especializada, técnica deportiva elemental e altri.

L’anno successivo l’ Instituto de la Mujer presso il Ministerio de Trabajo y Asuntos Sociales pubblica lo studio di Eulalia Lledó Cunill intitolato Las profesiones de la A a la Z (ristampata e aggiornata in una nuova edizione nel 2006) contenente una guida grammaticale alla formazione dei femminili di professioni e cariche, correlata da un esteso glossario. Alcune delle indicazioni di Lledó Cunill riguardano l’utilizzo di señora in luogo di señorita, tradizionalmente connotato in maniera ironica; l’utilizzo dei femminili di professioni e cariche al posto del maschile non marcato; la preferenza dello sdoppiamento allo splitting negli annunci di lavoro (se necesita un mecánico o una mecánica e non se necesita un/a profesor/a); il ricorso a nomi astratti e collettivi per riferirsi in maniera generica a gruppi che includono sia uomini che donne (el campesinado, el profesorado).

Tra le linee guida compaiono anche proposte alternative allo sdoppiamento: la barra (/), il trattino o le parentesi tonde per distinguere il maschile dal femminile secondo varie combinazioni (profesor / profesora, profesor -a, profesor (a), per gli epiceni del / de la siguiente); la arroba (@), ancora al centro di molte discussioni (querid@s amig@s).

Tra i suggerimenti indicati nelle guide c’è anche l’utilizzo del pronome invariabile quien al posto di quelli maschili variabili e l’anteposizione del femminile al maschile quando si tratta di collettivi di uomini e donne come nel caso las profesoras y los profesores.

Le proposte sono numerose ed eterogenee, in quanto a forma, contenuto, estensione, autori e pubblico a cui sono rivolte, talvolta molto articolate e non sempre sono realizzate con la partecipazione di linguisti.

Nel 2012 Ignacio Bosque nel suo Sexismo linguistico e visibilidad de la mujer, un contributo sottoscritto dai membri della RAE apparso integralmente il 4 marzo 2012 sul quotidiano El País, passa al vaglio nove guide all’uso non sessista della lingua spagnola elaborate all’interno di diversi ambiti ufficiali a istituzionali (come sindacati e università). Di questi prontuari, spesso redatti senza consultare linguisti, si denuncia soprattutto il rifiuto dell’utilizzo del masculino génerico in quanto non sempre dietro espressioni nominali che utilizzano questa funzione grammaticale sono presenti discriminazione relative al genere.

Per quanto riguarda i titoli professionali e politici, Bosque rinforza l’idea che la scelta di utilizzare o meno il femminile dipenda dalla preferenza delle singole parlanti.

Il contributo di Bosque è stato contestato in molteplici studi accademici successivi e ha portato a un dibattito mediatico molto acceso tra i sostenitori delle guide e i loro critici. Di fatto, evidenzia Guerrero Salazar (2020), il documento ha avuto ripercussioni molto negative sul prestigio e sulla credibilità delle guide, le quali non hanno la pretesa di imporre abitudini linguistiche ma un carattere descrittivo e rispondono alle richieste di una parte della comunità dei parlanti.

Il dibattito, a cui si aggiungono nuovi temi e nuove proposte, non ha assunto notevole rilevanza nelle università spagnole, specialmente se il confronto avviene con alcune università latinoamericane, tuttavia rimane ancora molto attivo, soprattutto sulle reti sociali e all’interno della RAE, che non di rado si espone con interventi di vario tipo, sia come istituzione che come singoli membri (Zarra, 2017; Guerrero Salazar 2020, 2021).

Nel corso del già citato convegno di Firenze del 2018 Pedro Álvarez de Miranda, docente universitario e membro della RAE, offre una panoramica sui temi di discussione di maggior attualità in Spagna, facendo riferimento, fra gli altri, al dibattito sulla necessità o meno dello sdoppiamento, all’utilizzo della arroba, al maschile come genere non marcato e, infine, alla femminilizzazione di titoli professionali e cariche. La femminilizzazione dei sostantivi, spiega Álvarez de Miranda, è un fenomeno che in Spagna si sta producendo con naturalezza sebbene, specialmente in qualche caso, si può riscontrare una certa resistenza e oscillazione (la jefa/la jefe e i casi analoghi la gerente, la modelo). Álvarez de Miranda tiene comunque a precisare che, sebbene la flessione al femminile di tali sostantivi sia una soluzione molto produttiva in spagnolo, non significa necessariamente che la società spagnola o ispanofona sia più femminista di altre comunità (Álvarez de Miranda 2021).

3.3. Grammatica

Posto che per lo spagnolo vige il criterio di referenzialità nei termini precedentemente descritti per l’italiano, le norme grammaticali che governano i meccanismi di formazione del femminile di sostantivi con referente umano possono essere così sintetizzate:

  1. nomi che terminano in -o, -e e consonante formano il femminile in -a (cocinero / cocinera, jefe / jefa, profesor / profesora) o, meno frequentemente, in -esa, -ina, -isa e -triz (alcalde / alcaldesa, actor / actriz);
  2. nomi comuni in quanto al genere che terminano in -a all’interno dei suffissi -atra, -ista e -opata, alcuni in -ante e -ente e alcuni uscenti in consonante, formano il femminile con l’aggiunta dell’articolo femminile (el pediatra / la pediatra, el astronauta / la astronauta, el periodista / la periodista, el estudiante / la estudiante, el chofer / la chofer, el portavoz / la portavoz).
  3. nomi eteronimi che ricorrono alla diversificazione lessicale utilizzando radici differenti (padre / madre).
  4. nomi epiceni che presentano un solo genere grammaticale per entrambi i generi (la victima).

Per professioni e cariche tradizionalmente accessibili soltanto agli uomini la femminilizzazione non è del tutto stabile tra i parlanti per diversi motivi (alcuni dei quali riscontrati anche per l’italiano). In alcuni casi, infatti, il femminile degli agentivi assume una connotazione peggiorativa (individua, parienta, socia), in altri viene percepito come riferito alla moglie di chi ricopre un dato incarico (coronela, generala) o, ancora, vi è una coincidenza con nomi di scienze (fisica, química) o di oggetti (segadora)17 (Zarra 2017: 61-63).

Anche per lo spagnolo prendiamo in esame i casi di mozione al femminile della parola médico emersi da una ricerca svolta su articoli di quotidiani disponibili online18. Le soluzioni linguistiche che si prospettano risultano molteplici e, analogamente a quanto visto per l’italiano, sono tre i casi possibili: la rottura del criterio referenziale (a), la formazione del femminile con esiti di vario tipo (b) o il ricorso a strategie alternative (c):

  1. el médico (maschile non marcato);
  2. la médica (femminilizzazione) , la médico (ricorso all’articolo femminile) , mujer médico / médico mujer (anteposizione o posposizione del determinatore mujer);
  3. la doctora (diversificazione lessicale).

L’utilizzo della forma declinata al maschile médico mette in evidenza ciò che secondo Eulalia Lledó Cunill (2004) costituisce il nucleo dell’androcentrismo linguistico, vale a dire il problema dell’invisibilità, della non rappresentazione, che viene espressa dal punto morfologico con l’utilizzo del maschile generico.

Oggi la mozione al femminile rimane la soluzione maggioritaria, tuttavia presenta ancora un certo grado di oscillazione. Il Diccionario de uso del español di María Moliner nella sua ultima edizione (2007) descrive, infatti, una tendenza all’utilizzo della forma médico per i referenti femminili soprattutto in frasi attributive con il verbo ser (Mi hermana es médico); in altri contesti è frequente l’impiego del termine doctora.

«Ella es médico del SAMU» 13.4.2020 (https://www.elmundo.es/comunidad-valenciana/2020/04/13/5e93360521efa0a41e8b4673.html).

«La doctora Beatriz Beltrán gana el Premio Nacional de Medicina Estética 2022» 22.6.2022 (https://www.lavanguardia.com/vida/salud/20220622/8355560/doctora-beatriz-beltran-gana-premio-nacional-medicina-estetica-2022-brl.html).

La forma la médico rappresenta una concordanza contraddittoria: oltre ad essere problematica per l’accordo e la flessione al plurale, viene sconsigliata dal Diccionario panhispánico de dudas in cui si precisa che il femminile di médico è médica e, pertanto, non si deve utilizzare la forma al maschile la médico in riferimento a una donna.

«Una médico fotografía a otra mientras es vacunada de Covid» 13.9.2022 (https://www.elmundo.es/comunidad-valenciana/2022/09/13/63207849fc6c83895e8b4588.html).

Nel caso di utilizzo della marca lessicale mujer (per cui si riscontra una certa oscillazione anche nell’attribuzione dell’articolo) vale quanto precedentemente detto per l’italiano: anteporre o posporre (meno diffuso) il determinatore mujer al sostantivo che indica la professione ne enfatizza eccessivamente l’eccezionalità e risulta scarsamente pratico ai fini delle concordanze e della coerenza testuale.

«Una mujer médico  que se encontraba en ese momento en el lugar trato de reanimar al anciano sin éxito» 31.10.2021 (https://www.abc.es/espana/comunidad-valenciana/abci-anciano-muere-caer-unas-escaleras-mecanicas-valencia-202110311300_noticia.html).

Un eccesso di zelo può portare anche a forme di ipercorrettismo piuttosto ridonanti come nel seguente esempio:

«En ese sentido, Esteban Tejeda, recordó que un caso similar pasó hace dos años, una mujer médica pasante fue agredida y le robaron su celular, por lo que también pidió su cambio» 31.8.2022 (https://www.elsoldehidalgo.com.mx/local/regional/medico-deja-centro-de-salud-tras-amenazas-8818672.html).

La preferenza verso determinate soluzioni linguistiche piuttosto che altre è determinata anche da variazioni diatopiche all’interno del dominio linguistico spagnolo: in America Latina, infatti, la mozione al femminile per tutti i sostantivi (compresi gli epiceni) è storicamente più forte rispetto alla Spagna (con incidenza maggiore o minore in base alle varietà diatopiche), dove l’oscillazione linguistica risulta maggiore19.

Tuttavia, la Real Academia dà ampio spazio al tema della mozione al femminile dei nomina agentis nella Nueva gramática (2009), evidenziandone il carattere oscillatorio a livello diatopico e diastratico20 e assumendo una posizione favorevole rispetto all’accoglimento dei femminili professionali.

Sempre nella Nueva gramática si cita il caso di maschili terminanti in -o formati a partire da sostantivi femminili indicanti ruoli tradizionalmente associati alle donne, utilizzati sia con significato ironico che proprio. Si tratta di pochi casi come azafato de vuelo o de viaje, amo de casa, entrambi presenti nelle entrate del DLE e definiti utilizzando le forma di degendering «persona che…».

Se da un lato la femminilizzazione di titoli professionali e politici risulta abbastanza diffusa (o comunque in corso di affermazione), minore successo riscuotono altre indicazioni per un uso non sessista della lingua, come la rinuncia al maschile plurale inclusivo21.

4. Femminilizzazione di titoli professionali e istituzionali nella didattica dell’italiano e dello spagnolo LS

Una delle prime nozioni che si apprendono in un corso di lingua italiana o spagnola, sono quelle relative al genere grammaticale e al criterio referenziale: quando si parla di un referente maschile si utilizza il genere grammaticale maschile, quando il referente è femminile anche il genere grammaticale sarà femminile. Apparentemente un concetto semplice ma, come si è visto, bisogna riconoscere alla morfologia di tali lingue una certa complessità e, nell’uso, un certo grado di oscillazione che non passa inosservato all’apprendente che sperimenta con la lingua obiettivo, specialmente quando si ritrova in un contesto immersivo della lingua.

In particolare per coloro che studiano una lingua straniera in un contesto estero, entrare in contatto con gli usi reali della lingua in classe risulta fondamentale: l’apprendimento di una lingua straniera si basa su input forniti principalmente dall’insegnante, in maniera diretta (tramite le sue parole) o indiretta (tramite testi orali o scritti), che contribuiscono a creare un’immagine di un determinato Paese e della società che lo abita. È importante che tale immagine rifletta una situazione linguistica e culturale attualizzata e veritiera, attraverso la condivisione con gli studenti delle tendenze in atto nella lingua, presentando e interpretando modelli di uso linguistico diversificati tra loro.

Per fare ciò occorre affrontare il tema dei femminili delle professioni nella sua doppia componente, grammaticale e sociolinguistica, mettendo l’apprendente nella condizione sia di comprendere e interpretare vari tipi di testo, sia di operare scelte linguistiche consapevoli.

Il concetto di fondo necessario per comprendere tali meccanismi è l’idea di una lingua in divenire, non fissa e il lavoro su testi autentici risulta funzionale a tale obiettivo poiché permette non solo di evidenziare il maggiore o minore grado di oscillazione di determinate forme, ma anche di estendere il discorso al tema più generale della disparità di genere e avviare una discussione in una prospettiva interlinguistica e interculturale.

Far notare le irregolarità di alcune ricorrenze può essere utile tanto al fine di operare scelte linguistiche rispettose della visibilità femminile e della parità di genere, conformi con l’attuale realtà sociale, quanto per orientarsi su soluzioni linguistiche che, effettivamente, risulterebbero di più semplice applicazione per un parlante non nativo.

Di fronte a forme del tipo il presedente Laura Boldrini l’apprendente straniero si scontra con le difficoltà legate alle concordanze, in particolar modo quelle fra soggetto e verbo e soggetto e predicativo. Secondo la teoria della processabilità (Pienemann, 1988), sia nell’acquisizione dell’italiano che dello spagnolo gli accordi che si instaurano tra sintagmi diversi sono più complessi rispetto a quelli interni al sintagma, in quanto richiedono un maggiore costo di elaborazione e comportano una maggiore probabilità di errore. Dissimmetrie grammaticali di questo tipo generano, quindi, notevole confusione e produzioni testuali incoerenti, mentre una concordanza interamente al femminile risolverebbe tale ostacolo.

Un altro esempio sono le forme donna medico e medico donna, anch’esse particolarmente problematiche per un non nativo, poiché essendo composti formati da sostantivi di genere diverso nella flessione al plurale si modifica soltanto il primo elemento, per cui si avrà rispettivamente donne medico e medici donna. Anche in questo caso si tratta di processi morfosintattici piuttosto macchinosi, talvolta anche per un apprendente nativo.

Un percorso didattico così orientato dovrà naturalmente essere calibrato sulla base del profilo degli apprendenti a cui ci si rivolge, del grado di istruzione, dell’età, del livello di competenza linguistica e di tutta una serie di altri fattori, ma soprattutto si dovrà tenere conto del fatto che dialogare sul tema della parità e della lingua è un’esigenza soprattutto delle nuove generazioni. Quest’ultime hanno molta più familiarità con concetti come quello di gender e identità, nonché con l’uso della lingua inglese (in cui il pronome they riferito a identità non binarie è largamente diffuso), per cui è opportuno che il docente di lingua assecondi tali richieste, trattando il tema senza banalizzarlo o assumendo posizioni estremiste, enfatizzando il messaggio che né l’italiano e né lo spagnolo sono lingue sessiste, ma sono determinati usi ad esserlo.

La lingua svolge un ruolo chiave nella costruzione delle identità di genere e nel mantenimento di ruoli socialmente stabiliti, è lecito mettere in discussione determinate gerarchie (linguistiche e sociali) così come è lecito mettere in discussione una funzione linguistica come quella del maschile non marcato, domandandosi in che modo il suo utilizzo influisca sulla parità e sulla rappresentazione dei generi e valutare possibili alternative.

Un problema concreto della didattica è costituito dagli strumenti operativi a disposizione del docente, in primis i libri di testo, che spesso non forniscono modelli socio-culturali e linguistici adeguati.

Per questo motivo nel 1998 è nato il progetto POLITE (Pari Opportunità nei Libri di Testo), un progetto europeo di autoregolamentazione per l’editoria scolastica a cui hanno preso parte anche Italia e Spagna, il cui scopo è garantire un’equa rappresentazione di uomini e donne e una migliore consapevolezza delle identità di genere.

Purtroppo molte delle indicazioni dal progetto POLITE sono ancora ben lontane dall’essere assimilate (Urru, 2021).

Sul fronte dell’editoria manca ancora la giusta attenzione anche al mezzo che veicola tali stereotipi, vale a dire la lingua e i suoi usi, la cui riforma come ricorda Alma Sabatini a conclusione delle sue Raccomandazioni (1987: 122), è soltanto la punta dell’iceberg e che al di sotto continuano ad esistere concezioni discriminanti difficili da scalfire.

5. Conclusioni

In Italia il dibattito linguistico sui femminili di professioni e cariche è ancora acceso e ritorna, a intervalli regolari, al centro dell’attenzione di media, istituzioni e linguisti con tendenze contrastanti. Se da un lato un documento ministeriale rivolto a tutti i ministeri chiede di riferirsi alla neo premier italiana Giorgia Meloni con l’appellativo «il Signor Presidente del Consiglio» (seguito poi da una rettifica che invita a utilizzare la forma «il Presidente del Consiglio»), dall’altro lato Treccani con la nuovissima edizione 2022 del suo vocabolario lemmatizza anche le forme femminili di tutti i sostantivi e gli aggettivi, compresi chiaramente i nomina agentis.

Si tratta di esempi lampanti e sintomatici di una pratica linguistica in cui l’oscillazione nell’uso dei femminili di professioni e cariche è ancora importante, diversamente dal caso spagnolo che, come si è visto, presenta una maggiore stabilità pur mantenendo un certo grado di oscillazione. Entrambi i Paesi, spesso associati per ragioni storiche, culturali, linguistiche, si inseriscono pienamente all’interno di un’ampia discussione che si estende a livello globale, ciascuno con percorsi, tappe e tempi differenti ma in cui la tendenza maggioritaria è orientata verso l’obiettivo di una rappresentazione linguistica non discriminatoria del femminile.

I meccanismi di femminilizzazione descritti e, soprattutto, la zona grigia che circonda il loro uso tocca non solo i parlanti di tali lingue ma anche i numerosi apprendenti stranieri che si confrontano con esse. Tale situazione rende, dunque, necessaria un’azione didattica mirata che fornisca modelli di lingua realistici e vari, e permetta all’apprendente di sviluppare una consapevolezza linguistica e sociale tale da operare scelte comunicative corrispondenti alla propria sensibilità.

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1 Al genere grammaticale si sono affiancati nuovi costrutti teorici (genere naturale, semantico, concettuale, lessicale, referenziale e sociale) che non solo non trovano una codificazione universalmente accettata nella letteratura specialistica ma talvolta, risultano addirittura contrastanti. Per una panoramica, anche bibliografica, sulle discordanze definitorie relative a tali espressioni vedasi (Latos 2020).

2 Il Nuovo De Mauro definisce il genere naturale come «la natura animata o inanimata e il senso di ciò che è designato da nomi, pronomi, aggettivi, specie in quanto non coincidente con il genere grammaticale assegnato a singoli elementi, come ad es. nel ted. das Kind, di genere grammaticale neutro, riferito sia a bambini sia a bambine».

3 Il termine genere così inteso è una mutuazione dall’angloamericano gender che si è estesa ad altre lingue compreso l’italiano e lo spagnolo (Fusco, 2012; Diccionario panhispánico de dudas). Inoltre, come osserva Pedro Álvarez de Miranda (2021) la parola genere «está prácticamente sustituyendo, en cada vez más ocasiones, a la palabra sexo; antes se podía oír o leer “personas de ambos sexos” y ahora se oye o lee cada vez más “personas de ambos géneros”» (p. 95). In questo articolo si parlerà di genere del referente, inteso come identità di genere dello stesso, e non di sesso del referente.

4 Per una prima ricostruzione della nascita del concetto di genere come categoria sociolinguistica in una prospettiva internazionale si rimanda a Orletti (2001).

5 Il processo contrario di degendering è chiamato engendering, o regendering, vale a dire “rigenerazione” e quindi attribuzione del genere e femminilizzazione (Bazzanella 2010).

6 Per alcune delle iniziative portate avanti da Boldrini a sostegno di un linguaggio rispettoso della parità di genere vedasi (Robustelli 2016). Un caso analogo a quello di Boldrini si è verificato in Francia, ma con esito differente: mentre in Francia la questione si è risolta con una sanzione per il colpevole, in Italia le polemiche si sono fatte molto accese senza però arrivare ad alcuna sanzione (Marazzini 2021).

7 Per approfondimenti sul caso mediatico e linguistico della parola presidenta si rimanda a (Villani 2020).

8 L’elenco degli interventi sul tema del genere grammaticale da parte dell’Accademia della Crusca è consultabile all’indirizzo https://accademiadellacrusca.it/it/contenuti/titolo/16406.

9 I meccanismi che determinano la flessione del genere e l’accordo sono un argomento rilevante e complesso da un punto di vista teorico di cui si forniranno solo alcuni cenni utili alla trattazione del tema del presente articolo. Per una descrizione più dettagliata si rimanda a (Andorno, 2006; Thornton 2009).

L’imposta teorica di questo paragrafo è ripresa da (Robustelli, 2010; Zarra, 2017).

10 Le esemplificazioni tratte dalla scrittura giornalistica degli ultimi due anni (2020-2022).

11 La Crusca si è pronunciata in merito all’oscillazione medichessa/medica nell’articolo (https://accademiadellacrusca.it/it/consulenza/donne-al-lavoro-medico-direttore-poeta-ancora-sul-femminile-dei-nomi-di-professione/1237).

12 Si può trovare anche il lessema signora o il nome proprio nei contesti in cui la disambiguazione del genere del referente è cruciale per motivi di coerenza o informatività (Latos, 2018).

13 Per indicazioni bibliografiche sui cosiddetti men’s studies vedasi Fresu (2008).

14 Si rimanda al testo completo per approfondimenti (Meseguer, 2002).

15 Sono tante le personalità influenti (il marchese di Tamarón) e gli accademici (Emilio Lorenzo, Fernando Lázaro Carreter) che hanno dedicato, soprattutto su ABC e su El País, varie colonne ai temi del lessico sessista, della femminilizzazione a maschilizzazione dei termini, le differenze nel modo di usare la lingua collegate al genere, le spinte sociali per le modifiche ai dizionari e così via (Guerrero Salazar, 2021).

16 Consultabile al link: https://www.boe.es/diario_boe/txt.php?id=BOE-A-1995-7639.

17 I meccanismi di flessione del genere sono un argomento vasto e complesso di cui si sono dati soltanto alcuni cenni. Per maggiore completezza si rimanda a (RAE 2009, 2010).

18 Le esemplificazioni tratte dalla scrittura giornalistica degli ultimi due anni (2020-2022).

19 Alcuni studiosi ispanoamericani come Bonilla Ruano, Ragucci e Rodríguez Herrera avevano messo in evidenza la tendenza più marcatamente conservatrice della RAE e, in generale, dello spagnolo peninsulare rispetto alle varietà ispanoamericane (Ambadiang 1999).

20 Per una descrizione più approfondita di tali oscillazioni e una casistica più ricca si rimanda a (RAE 2009: 24-28).

21 Vedasi (Barrera Linares, 2019; Guerrero Salazar, 2021).

Entreculturas. Revista de Traducción y Comunicación Intercultural